Coronavirus: rischio percepito o pericolo reale? Ci risponde la psicologia dell’emergenza

Ormai tutti noi, che lo vogliamo o no, ci troviamo a parlare del virus che sta facendo letteralmente impazzire il mondo. Anche io, mi trovo a casa perchè il mio posto di lavoro è stato temporaneamente chiuso e così ne approfitto per ragionarci su.

Stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo e alle più disparate reazioni. Personalmente, e in quanto psicologa, credo di averne colte due in particolare, riguardanti la percezione del rischio: la minimizzazione e la catastrofizzazione.

Molte persone sembrano affrontare l’emozione della paura con l’umorismo, sicuramente una strategie adattiva. Ciò non deve però ostacolare la messa in atto di comportamenti preventivi e delle misure indicate dal governo.

Allo stesso tempo si sta assistendo a quella che tutti denominiamo “psicosi collettiva“. Persone che affollano i supermercati come in un film zombie, noncuranti del fatto che ciò le mette a contatto molto più di quanto non accada in altre situazioni sociali.

Va ricordato che lo stress è fortemente legato al sistema immunitario e l’autosuggestione può portare alla comparsa di sintomi reali o percepiti che possono esporre maggiormente l’organismo all’attacco di un agente patogeno. Il controllo costante del proprio stato di salute può portarci a interpretare normali reazioni fisiologiche come patologiche scatenando una reazione di stress ed ansia a catena.

Entrambe le reazioni sono da considerarsi naturali, ma poco funzionali. Di fronte ad un pericolo sconosciuto, abbiamo bisogno di capire come comportarci per riuscire a gestirlo e per sopravvivere. L’uomo infatti, in quanto animale, ha una naturale propensione alla sopravvivenza, e davanti a situazioni di pericolo attiva la parte del cervello più primitiva ed istintiva. Ma l’uomo è anche un animale sociale, per questo si attivano numerose e complesse dinamiche.

Come avviene la valutazione del rischio?

Innanzitutto va fatta una chiara distinzione tra due concetti:

  • Pericolo: è un evento certo di cui si conoscono gli effetti e che scatena una naturale risposta di allontanamento o fuga dall’evento pericoloso (ad es. la presenza di una valanga).
  • Rischio: prevede un’incertezza sulla possibilità di subire dei danni. Quando percepiamo un rischio non siamo certi che diventerà un pericolo reale, per questo mettiamo in atto dei comportamenti di pre-allerta e di monitoraggio dell’ambiente (ad es. la nostra percezione che possa scatenarsi una valanga e che essa si muoverà nella nostra direzione, colpendoci).

La gestione di un rischio è quindi un processo composto da più tappe che potremmo così riassumere:

  1. Valutazione del rischio – una fase che viene affidata alla scienza e agli esperti
  2. Percezione del rischio – in base alle informazioni ricevute ognuno creerà la propria personale visione della situazione
  3. Comunicazione del rischio – gestita (aimè) da molteplici fonti, istituzionali e non, più o meno attendibili. Molti dettagli o intenti inoltre non vengono diffusi alla popolazione oppure sono legati a dinamiche socio-sanitarie che necessitano di competenze specifiche per essere compresi.
  4. Management del rischio – sul piano sociale vengono prese delle misure di sicurezza, come l’emissione di un decreto; sul piano individuale ognuno modifica il proprio comportamento per evitare il rischio percepito

Nella storia questo processo non è sempre dipeso dagli stessi fattori: nell’era pre-moderna il pericolo era visto come naturale ed ingovernabile, con l’illuminismo del ‘700 e l’avvento della statistica si comprese il legame tra rischi e comportamenti; fu nel ‘900 che il pensiero della società iniziò ad essere governato dagli esperti e dalla loro grande influenza in quanto fonte autorevole, e in alcuni casi, autoritaria.

Ma che cosa sta accadendo nel 2020? Nella così detta “modernità liquida” la fiducia negli esperti è stata abbandonata, per passare allo sviluppo di una personalissima percezione degli eventi, portando il singolo al centro della valutazione del rischio e dell’interpretazione delle informazioni che al giorno d’oggi sono molteplici e non sempre attendibili

In questo caos, come facciamo a valutare un rischio? Esistono due processi:

  • Valutazione consapevole / Rischio come analisi

Utilizziamo in questo caso un ragionamento logico, basato sui dati, sulle parole, sui numeri, cerchiamo di dimostrare il pericolo attraverso prove reali. Questo metodo richiede tempo, e sicuramente una buona competenza nella valutazione delle fonti attendibili o meno.

  • Valutazione automatica / Rischio come feeling

Vi è poi un processo più veloce e immediato fatto di immagini, metafore, narrazioni e sensazioni. Sono le reazioni istintive al pericolo che ci spingono all’azione in modo poco consapevole.

Tenendo conto delle esperienze pregresse mettiamo in atto una sintesi di queste due valutazioni.

Cosa sono le euristiche e i bias?

Esistono infine due scorciatoie cognitive che ci aiutano a interpretare velocemente la realtà, a discapito dell’accuratezza.

  • L’euristica della rappresentatività ci porta ad immaginare le vittime con caratteristiche simili al quelle presentate dalle immagini dei telegiornali. Ciò che vediamo sono persone (inizialmente dai tratti orientali), di età media, che camminano per strada con la mascherina, spesso con abiti da ufficio. Figure con cui possiamo facilmente identificarci. I mass media dovrebbero quindi presentare immagini più rappresentative del paziente che rimane vittima del virus.
  • L’euristica della disponibilità porta la nostra mente a percepire come più probabile un evento che recuperiamo facilmente dalla memoria. Un incidente aereo infatti ha un grande impatto emotivo ed è facilmente accessibile, per questo quando prendono un aereo molti di noi hanno paura di morire. La stessa paura non ci coglie invece ogni volta che saliamo in macchina per recarci al lavoro. La percentuale di incidenti automobilistici è drasticamente superiore agli incidenti aerei, che noi però continuiamo ad associare ad un numero più elevato di vittime. Allo stesso modo un virus sconosciuto e nuovo ci spaventa molto più di una semplice influenza, che ogni anno uccide milioni di persone senza che ce ne accorgiamo.

Un aspetto fondamentale che entra a gamba tesa nella percezione del rischio è l’emozione. Questo ci porta a mettere in atto una serie di Bias, ossia di scorciatoie di pensiero finalizzate alle rassicurazione:

  • Bias di autoconferma comportamentale: si accettano quei dati che confermano le proprie credenze, ignorando invece quelli che vanno nella direzione opposta
  • Bias di controllo: si sovrastima la possibilità che ognuno ha di controllare la situazione
  • Bias ottimistico: si mette in atto un pensiero magico secondo cui il pericolo di cui si parla colpirà altri, ma non se stessi

E l’analfabetismo numerico?

Infine va preso in considerazione un elemento fondamentale, ossia la comunicazione scorretta dei dati e delle statistiche. A questo proposito consiglio a tutti la lettura del libro di Gigerenzer “Quando i numeri ingannano”. Cognitivamente, secondo l’autore, sarebbe difficile ragionare in percentuali. Oltre a questa difficoltà naturale, si aggiunge una rappresentazione dei dati da parte dei mass media che non rende più semplice tale compito.

In che modo può essere presentato un dato?

Quando si parla di probabilità dell’evento singolo non ci sono precedenti storici, per questo non si possono fare calcoli probabilistici. Inoltre non viene chiarita la classe di riferimento. Ad esempio se diciamo che “c’è un probabilità del 30% che domani piova” qualcuno potrebbe pensare che pioverà il 30% del tempo o che pioverà nel 30% della zona. La risposta corretta è che pioverà nel 30% dei giorni somiglianti a domani.

In altri casi i dati vengono presentati come rischio relativo o assoluto.

  • Rischio relativo: es. lo screening mammografico riduce il rischio di morire di cancro al seno del 25%. Come interpretate questo dato? Cosa significa per voi? Potremmo pensare che ciò significhi che su 100 donne che fanno lo screening, 25 vengono salvate. In realtà i dati vanno letti in questo modo: di 1000 donne che non si sono sottoposte allo screening, 4 sono morte, delle 1000 che invece lo hanno fatto, ne sono morte 3. Ciò significa che c’è un calo da 4 a 3 morti e questo è il 25%, dove 4 corrisponde a 100.
  • Rischio assoluto: rimanendo sull’esempio del cancro al seno, calcoleremo che 4 – 3 fa 1, quindi su 1000 donne, una viene salvata, ossia lo 0,1% e non il 25% come eravamo inizialmente portati a pensare. Questo calcolo ci aiuta a capire i benefici effettivi di un test, o rischi effettivi di un comportamento.

Quando quindi ci vengono presentate le percentuali delle morti per Corona virus, chiediamoci quali siano i numeri assoluti e/o andiamo sempre alla ricerca della classe di riferimento.

Quando troviamo delle percentuali quindi dobbiamo fermaci a fare qualche calcolo per capire se la percentuale che abbiamo davanti è presentata come relativa o assoluta. In generale l’uomo è più abile nella comprensione dei dati assoluti. In questo modo potremo valutare in modo più realistico la probabilità che un contagio avvenga o che sia mortale. Ciò è lampante se confrontiamo le percentuali di diffusione e mortalità del corona virus e di una semplice influenza, comprendendo che la diffusione è rapida, ma l’esito favorevole. Le persone che decedono sembrano infatti avere caratteristiche particolari e quadri clinici già molto compromessi.

Questi sono solo alcuni degli studi sulla percezione e gestione del rischio. Un consiglio spassionato è quello di andare alla ricerca delle fonti ufficiali ed attendibili, evitando di lasciare il televisore accesso 24h e cercando di valutare in modo razionale i dati che ci vengono presentati.

A cura di:

Dott.ssa Martina Varalli – Psicologa

Riferimenti bibliografici:

Sbattella F., (2016). Manuale di psicologia dell’emergenza.

Gigerenzer G. , (2003). Quando i numeri ingannano. Imparare a vivere nell’incertezza.

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